L’Albarossa è un vitigno a bacca nera realizzato dal Prof. Giovanni Dalmasso (1886 - 1976) nel 1938 a Conegliano Veneto. 

Qui conobbe e collaborò con  il Prof. Manzoni, famoso per gli omonimi incroci che creò tra diverse varietà di uva.

Con la stessa tecnica il Dalmasso provò a lavorare sulle uve piemontesi (ma non solo) ottenendo parecchi incroci che nominò  con sigle astruse.  

 

Nel 1939 vinse la cattedra di Viticoltura a Torino e si portò dietro tutte le sue creazioni.

Nel 1961 il Prof. Paglietta, compagno di Liceo di Italo, inizia la carriera universitaria come Assistente Volontario presso la Cattedra di Coltivazioni Arboree. Qui conobbe  ed iniziò a collaborare con il Prof. Dalmasso, ormai in pensione ma ancora molto attivo. 

Nel 1977 Eynard,  titolare della Cattedra di Viticoltura all’Università di Torino, individuò 12 di questi incroci e li iscrisse nel  Catalogo Nazionale delle varietà di vite. Non vennero però iscritti negli Elenchi provinciali delle varietà raccomandate o autorizzate e pertanto non ne fu possibile la coltivazione. Occorreva però dar loro un nome e questo compito fu affidato al Prof. Paglietta, che nel frattempo aveva sostituito il Prof. Dalmasso.

Come racconta Roberto, prima di tutto rese omaggio alle donne di casa Dalmasso con i nomi della mamma, delle figlie e della nipote. Poi il nome del paese ligure dove Dalmasso trascorreva le ferie estive, Bussana che diede nome al Bussanello.  

 

Infine venne il turno dell’incrocio fino ad allora conosciuto come XV/31, che decise di chiamare Albarossa.  

 

“Con questo nome - ricorda ancora Roberto - ho voluto rendere omaggio alla città di Alba dove ho vissuto gli anni del Liceo e dove si trova una prestigiosa scuola Enologica in cui si diplomò Enotecnico lo stesso Dalmasso”. 

Solo negli anni 90, Franco Mannini (CNR) e altri ripresero a valutare e studiare questi incroci, impiantando nuovi vigneti in diverse aree viticole del Piemonte, di cui il più importante fu la Tenuta Cannona di Carpeneto (AL).

 

Dei 12 incroci iniziali, a seguito degli approfonditi controlli agronomici ed enologici effettuati a partire dagli anni ‘90 solo 3  sono oggi ritenuti di rilevante interesse e di questi si è proceduto all’iscrizione negli elenchi delle varietà autorizzate in Piemonte: Albarossa e Cornarea, rosse ed il Bussanello, bianco.

 

In realtà l’unico che ha successo ancor oggi è l’Albarossa.  

Nel 2003, si pensava ancora che l’Albarossa  fosse figlio del Nebbiolo, e questo favorì la scelta di Italo, consigliato dall’amico Paglietta ad impiantare parte della nuova vigna con questo vitigno. 

Intanto però, grazie all’analisi del DNA si scoprì che dei due genitori indicati da Dalmasso, solo la Barbera era confermata, mentre doveva essere escluso il Nebbiolo. Dopo lo sconcerto iniziale, grazie all’analisi delle parentele genetiche, è emerso che il secondo genitore è un vitigno francese, coltivato anche in Piemonte vicino alle Alpi e chiamato Chatus.

 

In Piemonte questo vitigno è anche conosciuto con il nome di Nebbiolo di Dronero (piccolo Paese vicino a Cuneo)  e questo spiegherebbe l’errore di Dalmasso o più facilmente di chi per lui prelevò il polline.

Questo non cambiò nulla per noi, ormai giunti alle prime vinificazioni e ben felici del vino portentoso  che ne deriva. 

Italo decise di dedicare la retro etichetta di questo vino alla Facoltà di Agraria di Torino ed ai ricercatori che ci sono sempre stati vicini fin dai tempi della selezione clonale dell’Arneis. 

Infine, nel 2010, dopo alcune annate che dovettero accontentarsi delle doc Langhe Rosso, venne inserita nel disciplinare Piemonte la versione Piemonte Albarossa che ancor oggi utilizziamo. 

La storia del vitigno Albarossa dal 1938 ad oggi

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